Invecchiamento

L’invecchiamento è una delle cose che più ci spaventa, e questo per diversi motivi infatti invecchiare provoca diversi cambiamenti estetici in più inevitabilmente i segni della vecchiaia si configurano come una sorta di conto alla rovescia che ci ricorda che il tempo che ci è rimasto da vivere sta diminuendo. Ma perché invecchiamo? E perché moriamo? La risposta a tutto ciò non è affatto banale e anche a pensarci non è del tutto immediata.

Pensando al processo di deterioramento del corpo e alla fine alla morte ci sono tantissimi fattori che possono esserne alla base, motivo per cui anche se alcune specie sono in grado di eluderne alcuni, cadranno sicuramente vittima di altri. Basti pensare al numero di modi di morire che abbiamo noi uomini, la morte naturale non è certamente l’unico scenario possibile anzi, spesso è costretta a lasciare spazio ad altri tipi di morte come la morte violenta o il decesso a causa di una malattia.

Secondariamente la morte è un processo fondamentale per il mantenimento degli ecosistemi, avete mai sentito il detto che recita: “la morte è parte della vita”? Se lo avete già sentito e non siete d’accordo sappiate che invece si tratta di una solidissima verità, infatti qualsiasi forma di vita al momento della morte funge da nutrimento per altre forme di vita, tutto quello che dell’ambiente ha sfruttato per crescere e svilupparsi al momento della morte lo restituisce all’ambiente che l’ha cresciuta e nutrita. Organismi il cui tempo non finisce mai non sono ammissibili in un ambiente dove ciò che prendi deve essere uguale a quello che lasci, ragion per cui l’immortalità è un modo di vivere molto “egoista”.

A questo punto però la ricerca scientifica ci mette di fronte ad un paradosso: tutti sanno ormai che il nostro corpo non è immutabile, è composto da cellule che vivono e muoiono proprio come noi, alcune vivono un mese, altre invece sono permanenti e hanno la nostra stessa età. Le cellule con un ciclo di vita breve possiedono però la capacità di replicarsi per andare a rimpiazzare quelle che sono arrivate alla fine del loro ciclo vitale, così da permettere al corpo di vivere molto più a lungo delle unità che lo compongono. Le cellule permanenti, come i neuroni, non hanno invece la capacità di replicarsi, ragion per cui durante la vita dell’individuo il numero di queste cellule può solo che diminuire rispetto al numero di cellule di partenza fissato al momento della nascita.

Nel caso perdessimo la maggior parte delle cellule permanenti di cui siamo dotati, l’invecchiamento e la morte sarebbero fenomeni comprensibili, infatti prima le capacità degli organi andrebbero semplicemente a ridursi, successivamente però arriverebbero ad un punto di non ritorno dove questi ultimi non sarebbero più in grado di espletare le rispettive funzioni con conseguente morte dell’individuo. Il problema paradossale citato in precedenza però risiede proprio qui, infatti l’invecchiamento e la morte dal punto di vista di una insufficienza a livello cellulare sarebbero giustificate se la maggior parte delle nostre cellule non fossero in grado di replicarsi e di rimpiazzare quelle mancanti, ma la realtà è ben diversa, la stragrande maggioranza delle cellule del nostro corpo presentano una capacità replicativa eccezionale.

Può risultare lecito, a questo punto, chiedersi:”perché le cellule non possono continuare a rigenerare i tessuti all’infinito, andando a rimpiazzare quelle che sono morte?”. La domanda è più che sensata infatti la vita di un essere umano è di circa ottant’anni e la maggior parte degli organi, e quindi anche le cellule che lo compongono, continuano a svolgere la loro funzione correttamente per tutte le otto decadi, finché ad un certo punto qualcosa non inizia ad andare storto.

Pensare a questo punto che il motivo della morte possa essere dovuto alle cellule degli organi che si possono deteriorare risulta ora essere ancora più strano, alla luce anche del fatto che al momento della morte l’individuo è vecchio ma la maggior parte delle cellule che lo compongono sono giovani, perché sottoposte a continuo rinnovamento.

Essendo noi tutti composti da cellule, da cima a fondo, risulta difficile ipotizzare un’altra causa. Apparentemente non ci sarebbe via di fuga, tuttavia a seguito delle ricerche sul tessuto connettivo lasso si sono fatte delle scoperte che potrebbero aprire una via di uscita da questo vicolo cieco. Per chi non lo sapesse il tessuto connettivo lasso è il tipo di tessuto più rappresentato all’interno del nostro corpo e lo troviamo ovunque, la sua composizione è molto variegata e sono presenti al suo interno diverse specie cellulari.

Troviamo al suo interno cellule dell’immunità, cellule per la produzione di fibre elastiche e collagene e adipociti, è inoltre ricco di vasi e nervi. L’abbondanza cellulare lascia pensare ad una moltitudine di funzioni relative a questo tessuto ed in questo caso l’intuito non ci inganna, le funzioni del tessuto connettivo lasso sono molte e molto variegate, fra queste vi è quella trofica ovvero quella di “nutrire” le cellule dei tessuti circostanti. Questo avviene perché nella matrice del tessuto connettivo lasso sono disciolte una moltitudine di sostanze nutritive necessarie alle cellule per svolgere le loro funzioni fondamentali.

Una componente del tessuto connettivo fondamentale è costituita dai proteoglicani, ovvero molecole che formano un fitto reticolo nella matrice e che sono dotate di gruppi funzionali alle loro estremità che in soluzione acquosa si comportano da polianioni, la loro polarità influenza le molecole d’acqua, anch’esse dotate di polarità, portandole ad interagire con la struttura dei proteoglicani che le legano formando la cosiddetta “acqua di solvatazione”. La funzione di questa acqua di solvatazione è quella di mettere in soluzione le sostanze nutritive che troviamo disperse nel connettivo lasso, al fine di poter essere trasportate spontaneamente di processi della diffusione dal tessuto connettivo lasso a tutti gli altri.
L’acqua di solvatazione è, escluso il sangue, la causa che ci spinge ad affermare che siamo fatti per circa due terzi d’acqua, immaginando di dover fare un prelievo, nel caso mancassimo un vaso sanguigno, nonostante i nostri due terzi d’acqua, se provassimo ad aspirare con la siringa non estrarremmo niente, questo perché l’acqua di cui siamo formati per la maggior parte è trattenuta dal legame con i proteoglicani.

Guardando alla struttura dei proteoglicani però notiamo che ne esistono di diversi tipi, alcuni capaci di legare più molecole d’acqua, altri meno. Questa differenza risiede nella tipologia e nella densità dei gruppi funzionali polianionici che influenzano le molecole d’acqua, più ce ne sono e più acqua viene attirata e bloccata ed alcuni tipi ne attirano più di altri.

La ricerca ha dimostrato che alla nascita siamo più ricchi di quei proteoglicani che legano molta acqua mentre con l’avanzare dell’età tendiamo a rimpiazzarli con quei proteoglicani la cui capacità di legare l’acqua è minore, questo è il motivo per cui i neonati sono belli paffuti mentre invece le persone anziane sono piuttosto rugose le la loro pelle risulta appassita.

Questa diversa capacità di legare più o meno acqua si abbatte nettamente sui processi di diffusione che regolano gli afflussi di nutrimenti ai tessuti, l’abbondante presenza di acqua li favorisce mentre la scarsità di idratazione li rende meno efficienti. In età avanzata quindi una certa tipologia di proteoglicani poco adatti a legare l’acqua può portare ad un processo di diffusione limitato e quindi ad un afflusso di nutrimento verso gli organi minore, che possono quindi andare in affanno ed in contro alla morte.

La motivazione apparente fino’ora riconosciuta per giustificare i processi di invecchiamento e di morte degli individui sono quindi da ricercare in una variazione della struttura dei tessuti trofici, in particolare dei proteoglicani, da una forma più efficiente a favorire i processi di diffusione, ad una forma meno efficiente.

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